Il Canavese secondo un immigrato regolare.

Quinzeina

Io non sono nato a Cuorgnè, miei lettori affezionati.
Siete ormai 23 milioni, sapete?
Nato nel varesotto, sono arrivato in Canavese nel secondo dopo Guerra con quattro stracci, a cavallo di un mulo che a stento si reggeva in piedi.
Prima a Brandizzo e poi, era il 18 ottobre del 1980, varcavo la rive gauche dell’Orco all’altezza di Piova e giungevo a Cuorgnè.
Quel giorno compivo 5 anni ma non ci furono torte, non ci furono tavoli in discoteca con donnine poco vestite, non furono scattati selfie nei cessi di qualche locale.

Fui accolto al numero 7 di via Mazzini e da quel giorno cominciai ad osservare la gente, prima con gli occhi dei miei genitori, poi con i miei.
Mi resi conto da subito, poi sempre di più negli anni, che era diverso da come era nella mia famiglia Lombardoveneta, dove si parla in modo diverso, si pensa in modo diverso, si agisce in modo diverso.
Là c’è inoltre un altro paesaggio e fino ai 15 anni non mi rendevo conto che sono le nostre montagne che rendono bello questo posto.
Addirittura in quel tempo la Quinzeina era ancora un vulcano, come testimonia la foto che fa da immagine a questo post (dall’archivio di Ezio Vian, che ringrazio) e che testimonia la spaventosa eruzione dell’81.

Inizialmente ascoltavo i discorsi dei miei e capivo che anche loro non erano esattamente a loro agio, soprattutto quando la vicina di casa scendeva a raccontare i cazzi di tutto il condominio, facendo nascere a mia madre il sospetto che facesse così anche negli altri appartamenti, cazzi nostri compresi.

Una sera mio padre chiamò dall’ufficio avvisando che avrebbe ritardato il rientro per la cena, di aspettarlo una mezz’ora a mangiare, che sarebbe andato con dei colleghi a fare l’aperitivo.
Una maniera come un’altra per fare spogliatoio.
Rientrò tardissimo e diversamente sobrio e mia madre non era abituata alla cosa.
Aperitivo per loro voleva dire che ci si beveva un crodino con 2 noccioline leggendo il Tuttosport e poi ciao, alle 7 a casa.

“Qui funziona tutto in modo diverso” disse in stato confusionale.
“Cioè?…”
“Eh, cioè che c’è sempre qualcuno che ordina una bottiglia e gli altri poi vogliono ricambiare, altrimenti si offendono”
“Eh, ma quindi cosa avete bevuto?”
“Quattro bottiglie di barbera”
“In…?”
“Quattro”
“Ma non potevi venire via prima?”
“No. Dovevo pagare il mio giro altrimenti passavo per braccino corto”
“E…quanto hai speso?”
“35 mila lire”
“Ma sei matto!?”

Prime due lezioni:

  • Qui si beve molto e ci si vanta anche di farlo.
  • Se sei con le persone sbagliate, un aperitivo costa praticamente come una cena.

A volte parlo con amici di cene di 25 anni fa e loro sanno elencarti esattamente cos’avevano bevuto:
”Quella sera avevo bevuto: 3 prosecchi all’aperitivo, 4 bottiglie di dolcetto in 3 a cena, 2 grappe e poi ho ancora bevuto 3 Cuba al bar”
Il tutto detto trasudando orgoglio da ogni poro.
Dalle altre regioni, Veneto escluso, ci guardano come alcolizzati.

Sociologia

Il Canavesano è una persona assai aperta e col quale è molto facile relazionarsi, soprattutto se siete degli estranei.
A lui piace condividere il proprio mondo e anche che andiate a curiosare tra le sue cose.
Se gli fate delle domande che lo riguardano, lui vi risponderà in maniera alquanto gentile.
Sempre disponibile al dialogo, anche quando magari crede che voi abbiate torto e lui ragione, non diventa mai scorbutico ma riesce sempre ad essere obiettivo ed ammettere di aver sbagliato.
Un esempio lampante è l’accoglienza riservata alle genti del sud, arrivate copiose agli inizi degli anni ‘60.

La questione meridionale

Col boom della FIAT le fabbriche della zona avevano bisogno di mano d’opera.
Così arrivarono in massa a farsi un culo così nelle fonderie, stamperie e aziende tessili quelli che oggi sono i nostri amici giargianesi.
Nel 90% arrivavano dalla Calabria.

L’accoglienza fu così festosa che anche oggi, dopo 3 generazioni, il meridionale (ma solo alle sue spalle) viene definito Napuli.
Io ho molti amici meridionali, sono generosi e ti darebbero le chiavi di casa loro.
Guai solo a toccare le sorelle.
Non deve essere stato facile integrarsi.

La sfida bimbo calabrese vs bimbo del nord era impari e finiva quasi sempre a sfavore nostro.
Loro troppo svegli, noi troppo per bene e addormentati.
Era meglio girare in gruppi separati, anche perché al 90% i genitori degli uni mandavano avanti le fabbriche dove lavoravano quelli degli altri, per cui era un attimo creare del disagio.

Io avevo già sentito parlare di terroni a casa mia.
Figuratevi, due nonni veneti e due lombardi.
Però non capivo chi/che cosa fossero, intuivo solo che erano il male.
Per dire il pegggio di qualcuno si diceva “L’è un teròn”.

Un domenica pomeriggio però, rientrando a casa da Piazza d’Armi verso corso Roma lessi, su una cabina della SIP, “BASTARDI FIGLI DI PUTTANA, TORNATEVENE GIÙ”.
Chiesi lumi al padre di un mio amico che in quel momento era con me: “Con chi ce l’hanno? E giù dove?”
Mi spiegò tutto.
Cominciai così a vedere il Mondo con altri occhi, ma essendo che anche io forse non mi sentivo tanto a casa mia, non ho mai capito fino in fondo questo odio razziale.
Giocavo a pallone ed andavo a scuola con ragazzi meridionali e non mi parevano diversi da me, accento a parte.
I bambini sono tutti amici, poi gli adulti rovinano tutto con i loro pregiudizi.

O forse il fatto che alle donne indigene tutto sommato piacesse la sasizza calabra bastava a far crescere il disagio?
Ovvio che sì, ma lo capii solo anni dopo.
Gira sempre tutto intorno a quella roba lì.
Negli anni 70/80 l’unione di una figlia del Piemonte con uno “di giù” era vista molto male, ma ancora ancora nello 0124 e nello 0125 poteva essere.
Nelle Valli non se ne parlava proprio.
A Locana? Ma per carità.

Ai nostri giorni invece credo che siano più i meticci che quelli puri, come direbbe Adolf Hitler.
Mi ha sempre fatto molto ridere che i ragazzi nati qui da genitori del sud si professassero piemontesi.
Oggi però gli stessi che affermavano quella cosa stentano a riconoscere come Italiani i figli degli immigrati con la pelle scura, ma nati qui.
Ma non voglio andare fuori tema e toccare argomenti scomodi.

Caratteristiche tecniche

Falsità e cortesia.
Il proverbio dice “Piemontese falso e cortese”, l’alto canavesano in questo è maestro.
Ma lo fa senza cattiveria, semplicemente non gli va che voi sappiate che vi ha criticato, anche se magari in maniera insignificante.
Esempio.
Voi vi comprate la macchina nuova e ne siete molto orgogliosi, il signor Tizio (a vostra insaputa) dice al signor Caio che la vostra macchina non gli piace (giudizio accettabile, potrebbe non piacere a tutti).
Caio viene da voi dicendo che a Tizio la vostra macchina è una merda (si ingrandisce sempre quello che viene detto di almeno una misura).
Voi incontrate Tizio e gli dite molto tranquillamente che vi rincresce che la vostra nuova macchina non incontri i suoi gusti.
Lui vi dirà “No no…a me piace, è proprio una bella macchina, bell’acquisto!”
“Ah, perché Caio mi aveva detto che…”
“No no, anzi, io gli ho detto che alcuni modelli della stessa marca non mi piacciono, ma la tua sì. No no è bella! Bravo!”

Geografia

Il Canavese omnis est diviso in partes tres, come la Gallia ai tempi di Giulio Cesare.
Ci sono lo 0124, lo 0125 e le Valli.
Direte: “E San Maurizio, Caselle, Settimo e quelle parti là?”
Per me sono già cintura di Torino.
Tutti queste zone si differenziano per lingua, istituzioni e modi di fare, ma hanno ovviamente anche molte cose in comune.
Lo 0125 – l’Eporediese.
Comprende la zona di Ivrea (detta appunto ‘Eporedia’ nell’antichità) e dintorni.
Ivrea a me piace molto, le ragazze sono stilose e anche quelle meno belle riescono a conciarsi in maniera decente e rendersi interessanti, ovviamente prima di sposarsi e andare in giro come delle sciattone, ma questo riguarda un po’ tutte quante, prima di trovare un amante.

Nel preserata girano sempre sempre sempre i soliti 3 posti: Ferrando, Morbelli e Belushi.
Dopodichè non si sa dove vadano.
A Torino no, perché ritengono che sia troppo uno sbattimento “E poi Ivrea è meglio”.
Nelle due discoteche della città nemmeno, perché non becchi mai la stessa gente vista prima.
Quindi se vai da Morbelli e vedi qualcosa di interessante, non sperare di vederla una volta fuori da lì.

Il baccaglio dello 0125
Se sei dello 0124 e vai nello 0125 non conoscerai NESSUNO, a meno di non aver lavorato in Comdata (il 78% dei miei lettori ha lavorato in Comdata, me compreso) o in Vodafone (il 14%, sempre me compreso).
Solo in questo caso avete concrete speranze di portare a casa i 3 punti, altrimenti dovrete buttare giù muri ed entrare in giri che prima o poi vi verrebbero a noia.
Le genti di Ivrea infatti, pur lamentandosi che non c’è mai un cazzo da fare, non escono dalla loro cuccia e per tutta la sera parlano sempre e solo di tre cose:

  • Di quanto è bella Ivrea
  • Del Carnevale di Ivrea
  • Di quanto è fantastica Ivrea

La Valli

Per Valli intendo da Pont Canavese in su e qualche zona sopra Cuorgnè tipo Colleretto, Cintano e frazioni.
Qui ci sono i veri piemontesi e vi accorgereste di quanto sono difficili, se aveste le palle di andar su.
Parlano solo dialetto stretto.
Più salite verso Ceresole, più sono chiusi e scontrosi e amano menar le mani.
Se andate a bere qualcosa in qualche posto delle Valli non fate gli spiritosi, soprattutto dopo le 23.30.
Quell’orario coincide infatti con la loro terza grappa.
Il consiglio, prima di prendere qualsiasi iniziativa, è quello di verificare la quantità di alcolico presente nella bottiglia sul loro tavolo.
Se è sotto la metà non prendete iniziative.
Ripeto: non prendete iniziative.
Non hanno il senso dell’umorismo e ridono solo delle (solite) cose che dicono tra di loro.
Se dite una cosa anche spiritosissima ti guardano con quello sguardo carico di astio che significa “Adesso te ne ficco uno sui denti”.
Importante: se siete meridionali andate solamente se accompagnati da qualcuno del luogo.
Dopo una certa ora cantano canzoni tristissime tipo la Marcellina o su Alpini morti in battaglia, giocano alla morra e poi, comunque, vanno alle mani.

Il baccaglio.
Scordatevelo.
Una volta sono salito ad Alpette con un amico che doveva incontrare una giovane bimba alpettese.
Ci sgonfiarono tutte e quattro le gomme della macchina.
Sono sicuro che a Locana ce le avrebbero bucate, per cui ringrazio ancora il cordiale popolo alpettese per quella serata dell’agosto del 1999.
Non si va MAI in trasferta nelle Valli in cerca di gloria.

Lo 0124
La colonna portante è il triangolo Rivarolo – Cuorgnè – Castellamonte, ma altre cittadine sono degne di essere segnalate.

Rivara e Forno.
L’astio tra Rivara e Forno va avanti da…non lo so, su Facebook c’è una pagina simpatica che si chiama ‘Fare finta di star bene, ma abitare in Canavese’ che ne ha parlato, per cui non lo farò io.
Parlano un dialetto tutto loro e se già io non sempre capisco quello della bassa, là proprio mi perdo.
Quando ad inizio settembre vado a servire a San Grato e vado a chiedere delle costine che mi hanno ordinato ai tavoli, non vengo quasi mai calcolato fino a che non lo ripeto per la terza volta, perché non lo chiedo in piemontese.
Ma credetemi che chiedere “Quattro porzioni di costine in piemontese” è abbastanza difficile.


Rivarolo e Cuorgnè.
Lo dico a malincuore, Rivarolo è ancora il capoluogo dello 0124.
Fino agli anni ’90 Uber Alles c’era Cuorgnè e a Rivarolo lasciavamo solo i tamarri.
Arrivava gente persino da Torino, poi successe un fatto molto clamoroso: chiuse il Dinamika e la città si spense.

Ora la gente di Rivarolo cammina a 10 centimetri da terra e parla della propria città come se fosse Montecarlo, gli affitti di case e negozi sono elevati quasi come quelli di Torino.
Lasciamoli parlare.
Hanno fatto il loro tempo, devono solo accorgersene.
Diventeranno il nostro (di Cuorgnè) park to fly.

Il baccaglio dello 0124
Quelli che dicono che le ragazze locali sono fredde e se la tirano, che a Torino è meglio e altre minchiate simili, non hanno ben chiaro come funziona, o forse non sono capaci a baccagliare, tipo me.
Tuttavia non voglio dire che le ragazze di qua sono delle zoccole, non lo sono e non lo penso nemmeno.
Tutto sommato però non sono nemmeno così difficili come narra la leggenda.
Quello che conta è la discrezione, proprio per il fatto che il paese è piccolo, la gente mormora, ed è un attimo passare per contadinotta facile.
Ecco che allora gli incontri avvengono di supernascosto, dopo una serata al bar o dopo la discoteca.
Che nessuno sappia, che nessuno veda. Guai. E negare sempre

Religione

In prevalenza cristiana, chi viene da fuori rimarrà colpito da quanto il Canavesano nomini Dio.
“Eeeh Dio fa…”
Purtroppo non nel senso di “fa tante cose”, ma da “Dio fàus” (Dio falso) e viene usato nelle frasi al posto delle virgole.
es.: “Pensa che ieri mi sono preso un giorno di ferie, Dio fa che bèl”

Personaggi famosi

Una sola, Cristina Da Vena.
Vena è una frazione di non so che paese che sta sulla strada che da Cuorgnè va ad Alpette.
Cristina cantava sigle di cartoni animati, esordendo a 3 anni allo Zecchino d’oro col Valzer del moscerino, dando lustro a tutta quella zona.
La frazione in questione non è nota solo per aver dato i natali a suddetta starlette, ma è anche molto valida per la freddura

Cosa dice una goccia di sangue ad un’altra goccia di sangue?
Oggi non sono in Vena

E via così.

La parlata

Per dire
“Dì a Luca che venga a trovarmi”
si usa un giro di parole che fa più o meno così:
“Dille così a quello là che è poi ora che si faccia vedere una volta”

Di norma non si fanno mai i nomi ma si tende a far capire al proprio interlocutore, con riferimenti molto vaghi, di chi si sta parlando.
In terza persona si dà il Le sia ai maschi che alle femmine, per cui se in quella frase c’è un maschio e una femmina e il verbo Dare, non prendete per scontato che la cosa in questione sia stata data a lei.
Esempio: “C’erano Paolo e Laura, le ho detto così che venga a darci il bianco”
In italiano vuol dire che la cosa è stata detta a lei, ma se indagate a fondo scoprirete che ci si riferiva a lui.

Si allunga la frase con parole e modi di dire inutili (smisurato uso di Poi, Più, Ne).

Quando ti dicono che vanno da qualche parte che sta entro un raggio di 50 metri lo fanno come se stessero andando dall’altra parte della Terra.
Per dire “Vado dal panettiere” si dirà quindi “Vado fino a prendere il pane”, come se il panettiere stesse in Giappone.
“Vado fino in Giappone” effettivamente avrebbe un senso.

Economia

Una volta il Canavese era il numero 1 al Mondo per densità di fabbriche di stampaggio a caldo.
Ora lo è per bar e pettinatrici.

1 pettinatrice ogni 7 donne.
1 bar ogni 21 persone.
A seguire di una misura: centri estetici.

Sport

I maschi praticano il calcio, ovviamente.
Gente di seconda categoria, nonostante non sia magari capace di fare una diagonale, va nei bar dopo la partita ad atteggiarsi e le sbarbe più impressionabili ovviamente sono lì che li ammirano estasiate et sbavanti a poca distanza.
(Pensate alle donne: dopo 30 anni hanno finalmente imparato cos’è il fuorigioco e ora devono capire la diagonale difensiva e la fase di non possesso.
Fanno effettivamente prima a darla senza star troppo a parlare di calcio, il problema è che i loro calciatori devono raccontare le proprie imprese a qualcuno.)

Ho un’amica che è stato fidanzata solo con calciatori, lei dice che è una caso.
Ora convive col solito ex calciatore che non ha sfondato per il solito problema al ginocchio, altrimenti oggi sarebbe tornato al Toro al posto di Immobile.

Le femmine (e i maschi che ci hanno visto ancora più lungo) invece optano per la pallavolo, sport che per forza di cosa porta alla promiscuità.

Dopo una certa età ecco che tutti vanno a correre o a fare sci alpinismo, favoriti dalla conformazione del territorio.
Ma ho capito perché fanno così, soprattutto chi va a correre: non ha voglia di stare a casa con mogli/fidanzate e la scusa della corsa è ottima per uscire ed evitare altre rotture di coglioni.

Tempo libero

Il Canavesano va a funghi, ma non ne trova mai.
Non ne ha trovati nemmeno se ha in mano un cesto con 19 kg di porcini.
Se vi dicono che ne hanno trovati in un certo posto è perché vogliono che andiate su a perdere tempo, ma non ce ne saranno.
Se abita in prossimità dei boschi dove ci sono tanti funghi ed è luna buona, vi taglia le gomme dell’auto.

Conclusioni

Ho riletto tutto.
Accidenti.
Parlo malissimo del popolo che mi ha ospitato e al quale voglio bene, ma non era mia intenzione e spero nessuno si sia offeso.
Credo anzi ci siano anzi buoni spunti per scrivere quel famoso libro che tutti mi dicono di scrivere e che poi non comprerà nessuno (Vedi paragrafo Caratteristiche tecniche).

Polemica finale

Per tutte le vedove de Il Cuorgnatese, io non scrivevo da quasi 2 mesi ma non ho visto vesti stracciate come è successo per lui.
Sappiate che la cosa non è passata inosservata.

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33 pensieri su “Il Canavese secondo un immigrato regolare.

  1. Sei un grande!!!e sono orgoglioso di esserti amico …e in quel di via Mazzini 7 ci ho passato tanto tempo!!!mi hai fatto sorridere perché in fin dei conti questa è la Nostra Cuorgnè! !

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  2. analisi razionale, goliardica, molto simpatica, non vedo il motivo di offendersi, la vedo come analisi in chiave satirica della popolazione locale ………… e stò ancora ridendo 🙂 ………… cazzo è tutto vero !!!!!

    Unico interrogativo che mi resta ……. La quinzeina un vulcano ?!?!?! …………….. ahahahahahahahahahahah

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  3. Nessuna offesa…anzi …esilarante! Ma forse io non faccio testo, poiché, essendo un po’ una bastardina, ( nel senso …mio padre era di Forno c.se e mia madre pugliese) io , che mi reputo abbastanza obiettiva, ci sarei andata giù anche più pesante!

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  4. Divertente, hai colto benissimo le idiosincrasie dei locali! Sono di Ivrea, ho vissuto 25 anni all’estero e poi sono tornata e osservando il mondo intorno devo dire ci hai azzeccato! Continua a scrivere ti prego!

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  5. Mi sono perso il fatto che la quinseina fosse un vulcano spento… mah è la prima volta che sento questa cosa.. comunque complimenti per l’accurata descrizione caratteriale della gente del posto, molto divertente ,mi hai fatto sorridere e nonostante non fossero propriamente 4 righe mi hai tenuto incollato alla lettura fino alla fine divertendomi molto. Complimenti ancora “ne”!:-)

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  6. Ho letto con attenzione,ti devo dire che hai colpito nel segno.Sei un ottimo osservatore e quello che hai scritto è pura verità. Io sono uno di quelli nati nel Canavese ,ma di origini calabresi e sopratutto negli anni 50/60 è stato molto difficile l’inserimento nell’ambiente. Complimenti e continua a scrivere.

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  7. Ciao Cristian,
    complimenti per la tua analisi, ben scritta, ironica e amaramente veritiera ma non completa! Oltre ai difetti dei canavesani, se proprio vuoi scrivere un libro, dovresti anche elencarne i pregi (ne hanno e molti), o se preferisci, elenca i difetti dei non canavesani doc, così,… tanto per la par condicio, …magari per poter concludere che tutti… di su, di giù, di destra o di sinistra, hanno i loro pregi e i loro difetti, che siamo molto diversi, ma alla fine anche molto simili non credi? Questo è il bello dell’Italia
    P.s. da canavesano doc confermo che quello che hai scritto sulla sasizza calabra era vero, confermo inoltre che anche il salam ad dla ròsa canavesano piace tanto alle calabre e non solo.. 🙂
    Scrivi il libro in maniera completa e te lo compro.

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  8. Sono Langarola di nascita ( Alba) , ed Eporediese di adozione , da un cinquatennio… Sei bravissimo… scrivi questo libro , che andrà sicuramente a ruba… sei spiritoso , ironico e divertente… e sicuramente il tuo libro apparterra’ al genere, che amo leggere… I miei complimenti… Un saluto da Ivrea la bella …
    Ciao Cristian….Carla Zuccaro !

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